Fra la Contrada di S.Vincenzino, ora via Camperio e la via Porlezza, due antiche strade milanesi sopravvissute pressochè intatte nel loro tracciato, alla ristrutturazione del quartiere operata tra la fine dell’800 e l’ultimo dopoguerra, sorgeva un antico convento di monache benedettine dedicato a S. Vincenzo, il Diacono Martire di Saragozza.
Questo monastero venne fondato dal re longobardo Desiderio, secondo gli storici intorr)o all’anno 756, in segno di ringraziamento per la guarigione del figlio Adeichi, divenuto cieco in seguito a un incidente di caccia.
Il più antico documento che ricorda il monastero di S. Vincenzo risale al 1043 ed è il testamento dell’Arcivescovo Ariberto da Intimiano (1018-1045), il quale disponeva che alla sua morte i suoi beni venissero distribuiti, come dotazione, a vari monasteri della città, tra i quali il nostro denominato ‘Novum”. La Badessa di questo Monastero era detta “ecclesiarum Sanctae Mariae et Sancti Vincentii”, cioè governava due chiese.
La chiesetta di S.Maria era la più antica: il Giulini nella carta topografica di Milano allegata alle sue Memorie, la situa sulla via Porlezza; mentre la Chiesa di S.Vincenzo, più recente, aveva anche cura d’anime come Parrocchia.
Sulla fine dei ‘400, la Chiesa di S. Vincenzo venne ristrutturata secondo gli schemi del primo Rinascimento. Risultò formata da due aule congiunte, una per la clausura, l’altra per i fedeli, secondo lo schema che possiamo ancor oggi vedere nella Chiesa di S.Maurizio al Monastero Maggiore in corso Magenta, e nella Chiesa dì S. Paolo Converso in corso Italia.
Tutta la Chiesa venne affrescata con una vivace decorazione pittorica estesa anche al chiostro, dì cui rimangono esempi cospicui nella volta della nostra Chiesa e nel salone sotterraneo.
Nei primi anni del ‘600 il card. Federico Borrorneo, tolse alla Chiesa di S. Vincenzo la cura d’anime a favore della Parrocchia di S. Giovanni sul muro: le monache persero così anche i benefici legati alla Parrocchia.
Durante la guerra di successione spagnola il monastero corse il pericolo di rimanere distrutto dal fuoco delle artiglierie piazzate da Eugenio di Savoia presso i baluardi del Castello, per ordine del Governatore il marchese della Florìda. La guerra terminò il 20 marzo del 1707 con la resa della guarnigione franco-spagnola.
La vita del monastero continuò tranquilla fino alla fine del ‘700, scampando anche alle soppressioni degli Ordini Religiosi, ordinata dall’Imperatore d’Austria Giuseppe II, in quanto, per la regola benedettina, la vita religiosa era contrassegnata non solo dalla contemplazione ma anche dal lavoro manuale e intellettuale.
Il 13 maggio del 1798 in seguito all’invasione francese, il monastero venne soppresso al pari di tutti i monasteri della città.
L’11 giugno di quell’anno il Rettore del Sèminarlo Arcivescovile, nonostante le sue simpatie per la Rivoluzione Francese (aveva piantato l’Albero della Libertà nel bel mezzo del grande cortile del Seminario ) ricevette l’ordiine di lasciare gli edifici del Seminario, che doveva essere adibito ad uso pubblico, e di trasferire tutti i seminaristi nel monastero di S. Vincenzo. Alle monache, narrano le cronache, fu assegnata una piccola pensione: 800 lire l’anno alle monache professe, 500 alle Converse ancor valide, 600 se passavano i 50 anni.
Contro la concessione della pensione ai religiosi si oppose ferocemente un tal Felice Lattuada, prevosto spretato di Varese, che dalle pagine del giornale “La Società popolare” scriveva: “Domanderò qual diritto abbiano agli alimenti, individui che servivano all’impostura a danno della Nazione”
Ritornati ben presto i Chierici al loro Seminario Maggiore (in corso Venezia), sull’area del monastero di S. Vincenzo crebbero fabbricati di varia mole, sfruttando in parte le solide murature; la chiesa, spogliata di ogni suppellettile, venne data in uso nel 1818 al bolognese Pelagio Palagi, scultore, architetto, archeologo, pittore. Attorno a sé Palagi formò ben presto una Scuola di artisti, tra i quali primeggiarono Vitale Sala e Carlo Beilosio.
Chiamato a Torino da Carlo Alberto nel 1832, il Palagi lasciò in deposito nell’ex-chiesa le sue collezioni d’arte, d’archeologia é di numismatica. Questo cospicuo patrimonio artistico corse qualche pericolo durante le l’insurrezione del 1848 (le Cinque Giornate: dal 18 al 22 marzo), quando la Contrada di S. Vincenzino, bersagliata dalle artiglierie austriache asserragliate nel Castello, fu tra le più danneggiate.
Morto il Palagi nel 1860, tutte le sue Collezioni artistiche furono trasferite per testamento ai Musei di Bologna, e della chiesa prese possesso il pittore Eleuterio Pagliano, che vi predispose i cartoni del grande affresco simboleggiante l’Africa, per la Galleria Vittorio Emanuele.
Affittato poi a un mobiliere, venne demolito il muro che separava il Coro delle Monache dalla Chiesa, e questo grande spazio fu ridotto in spazi più piccoli con bassi tavolati.
Sul finire del secolo la nuova Società Elettrica Edison vi impiantò una cabina di trasformazione, e alcuni anni dopo, quello che rimaneva della chiesa venne adibito a cinematografo.
Vennero demolite le volte, disfatte le pareti, le preziose decorazioni luinesche che ancora affioravano sotto le imbiancature vennero distrutte, gli affreschi residui vennero staccati e sono ora visibili, riportati su sagome in legno e gesso che riproducono fedelmente le antiche volte, nel nostro edificio.
Della antica Chiesa di S. Vincenzo si salvò solo l’umile fronte interna, proprio quella monastica, un raro esempio di architettura minore sforzesca, che, svolgendosi dalle forme gotiche solariane, cedeva alle suggestioni del Rinascimento.
“Di aspetto medievaleggiante, sono la cornice di cotto del frontespizio e i pinnacoli tondi in pianta, ma terminati a piramide, le due lunghe vetrate ai lati dell’ingresso, dove l’arco a tutto sesto che le corona può considerarsi ad un tempo come la concessione alle nuove tendenze od un ritorno nostalgico al mai dimenticato romanico-lombardo. Squisitamente rinascimentali i profili delle terrecotte nel rosone centrale, nelle finestre e nello zoccolo, di classico sapore il portate di pietra d’Ornavasso, di nitida purezza la composizione, che negli eletti rapporti modulari e nella sobrietà dei suoi elementi sembra preannunciare le forme del Bramantino” .
Настоятель: Игумен Димитрий (Фантини)
Адрес: Via Giulini (угол Via Porlezza), Милан, Италия
Время работы: с 10-00 до 18-00
Контакты: +39 02 860538; +39 02 700528357; chiesa@ortodossia.info; www.ortodossia.info